Un film non deve essere “per tutti”: il caso Solaris

Rendere un’opera d’arte fruibile alla più ampia fetta di pubblico possibile a volte è una cosa estremamente nobile: tuttavia in certi casi diventa meno auspicabile.


Viviamo nell’epoca in cui ci siamo abitutati, infatti, ad avere a disposizione ed a portata di clic qualsiasi tipo di contenuto multimediale.

Spesso persino sui portali di streaming legali troviamo un’ampia gamma di serie TV, ma anche di film adatti ai gusti più disparati.

E molte piattaforme (vedi Amazon Prime, ma anche Netflix) si stanno adeguando anche per i palati “più raffinati”: sulla falsariga di MUBI, infatti, stanno iniziando a inserire nei propri cataloghi anche alcuni titoli legati al Cinema d’Autore.

Una buona notizia, senz’altro. Da qui però a dire che questi titoli siano alla portata di chiunque, o del pubblico da “cinepanettone” o da “blockbuster“, ce ne vuole.

Fu forse questo uno dei più grandi errori che in Italia, parecchi decenni fa, causò alcune controversie per la sua ingenua applicazione.

Ridurre la distanza tra opera e spettatore

Negli anni ’70, infatti, in Italia andava “di moda” limare alcune opere più concettualmente ardue. Questa interpretazione, derivata anche dal pensiero Pasoliniano, voleva così avvicinare anche le opere più complesse alle personi comuni, avvicinarle al loro vissuto quotidiano.

Ridurre la distanza intellettuale tra l’opera e lo spettatore“…un intento nobilissimo a prima vista.

Il problema, tuttavia, sorge quando per ridurre questa distanza si annichilisce la complessità strutturale e concettuale di un’opera destinata a spettatori più colti.

Il caso Solaris

E fu così che nacque, probabilmente, uno dei più grandi scempi in una riedizione nazionale di un’opera straniera. Nel 1972, infatti, il regista sovietico Andrej Tarkovskij dava vita ad una delle sue opere più belle e profonde: il film di fantascienza Solaris.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore polacco Stanisław Lem, Solaris travalica il genere, regalandoci un vero e proprio viaggio esistenziale al di là dello spazio e del tempo, nei meandri della nostra coscienza.

Una caratteristica ed una peculiarità affine a molte altre pellicole di Tarkovskij (una su tutte Stalker).

Fu così che il film giunse in Italia.

La “versione” italiana ed il copione di Dacia Maraini

In quegli anni la critica culturale di “sinistra” aveva un grosso peso: e in questi ambienti Solaris sembrò quasi una risposta sovietica al cinema di finzione americano, in un clima che era a tutti gli effetti di “guerra fredda” anche dal punto di vista culturale.

Fu così che parte del film, nell’ottica di renderlo più fruibile e vicino al quotidiano italico (ma con il sospetto che sia stata una mera operazione di mercato) fu rimontata e riassemblata. Nonché “snellita“.

In tal modo la produzione italiana mutò il senso dei dialoghi ed i profili dei personaggi, senza consultare né avere il permesso del regista.

Non solo. Il copione del film fu arbitrariamente “riadattato” dalla nota scrittrice Dacia Maraini, che affidò il doppiaggio del film a una parlata dialettale e contadina che in talune situazioni risultava decisamente fuori posto.

L’edizione integrale fu resa disponibile per la prima volta solo dal 2002 in DVD, con l’audio in russo sottotitolato.

Anni fa, inoltre, in Rete circolava una versione integrale del film con i sottotitoli originali sia per le parti mutilate, sia per quelle doppiate. La differenza tra i dialoghi originali e quelli italiani era abissale e spiccava in modo grottesco.

Quando un film non deve essere “per tutti”

Ovviamente la reazione del Regista non si fece attendere: alla 33ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 1972, vedendo come era stato riassemblato e snaturato senza pietà il suo lavoro, lo giudicò “antitetico” rispetto alla versione originale e pregò inutilmente la produzione italiana per la cancellazione del suo nome dai titoli.

Che cosa abbiamo imparato da questa storia?

Che non sempre avvicinare un’opera d’arte alle masse è una buona idea. Un’opera d’arte, infatti, esprime il suo valore per il suo significato reale, per il suo esprimere la propria concettualità nel modo più profondo possibile.

Snaturare il nucleo di un’opera, “semplificarla” per renderla più fruibile è pertanto quanto più di errato si possa fare.

Rappresenta infatti una mancanza di rispetto nei confronti del suo autore, ma anche degli spettatori stessi che sono stati letteralmente presi in giro dalla messa in scena distorta.

Un film non deve, dunque, essere necessariamente “per tutti”.

Simone Bellitto

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